IL SEGRETO DELL’UOMO SELVATICO

 

Un uomo chiamato Selvatico si aggira per i monti in cerca di cibo.

«Chi è l’Uomo Selvatico?», come chi è? Ah, forse voi lo conoscete con i nomi di Selvan, Selvadeg, Silvanel…

«Insomma quanti sono?!»; ma no, è sempre lui: è uno! Vive nei boschi, dorme di giorno e va in giro di notte; pieno di pelacci, con una barba lunga lunga tutta arruffata e cisposa. A volte puzza un po’ eh, è un omaccione un po’ rozzo ma in fondo in fondo anche simpatico.

Un po’ si mette ad aiutare gli uomini nelle loro imprese, un po’ fa dispetti; poi si distrae, combina pasticci ed è pigro, tanto pigro.

Una notte d’estate spunta fuori dal bosco il borbotta versacci del Silvanel in persona, tutto bofonchiante.

«Cialìp cialèp inciùsa battintòk tifà, quanta strada che ho fatto per arrivare fin qua. Trùppi tripétti gnàpal turìm, n’ciusài tripolèt coprùm skénte, è da ieri sera che non mangio niente!»; cammina ancora per qualche chilometro continuando a brontolare senza pace.

Finisce nei pressi di un maso dove stanno riposando alcuni pastori, stanchi dal lavoro; ma uno di loro non riesce proprio a prendere sonno. Sente dei rumori, si alza per andare a vedere che sta succedendo; quando scorge il Selvatico e si nasconde in fretta dietro un albero.

Cocciuto e ciancicante il Silvanel scavalca il recinto e si mette a frugare tutte le pecore: «Questa no, quest’altra nemmeno… Ah! Questa è la mia!»; in un batter d’occhio, la solleva, se la infila sotto il braccio e…

«Ma se la mangia! Si mangia la mia pecora! Io, io lo stritolo quel Barbatangheri!»; si arrabbia il pastore nascosto senza fare troppo rumore.

Invece quel burlone del Selvatico tiene la pecora sotto il braccio e si mette a mungerla lì a mezz’aria. Quando si accorge che non ha con sé né secchio, né bisaccia; si sfila il cappellaccio, lo sistema sotto la pecora e il latte è salvo.

«Ma che fa? Guarda la mia povera pecora quante ne deve passare stanotte!»; continua a pensare il pastore. Il Selvatico, buffo e goffissimo, si dà infine un gran daffare per accendere un fuoco e si mette a cuocere il latte che presto bolle e ribolle, brontola e saltella.

«Ma cosa combina adesso quel disperato?», si ripete il pastore sempre più corrucciato. «Il mio latte! Ach, meglio che sto zitto zitto e resto nascosto a guardare. Lo spettacolo diventa sempre più interessante».

Il Selvan estrae dalla tasca una stranezza, la infila nel cappello e mesta e rimesta, mescola e sbatacchia; tira fuori una forma tonda e profumatissima, talmente saporita che il pastore a quell’odore quasi sviene di stupore.

«Ah, finalmente! Guarda qua che bel pezzone di formmmmaghmmaghmmagnngn»; il Selvatico mangia e si rimpinza a crepapanza, poi si sdraia soddisfatto e dorme come un ciuco.

Il pastore lesto lesto esce dal suo nascondiglio e gli porta via quel prodigio: «Ma è caglio! Una cosa preziosissima che serve per fare il formmmmaghmmaghmmagnngn, insomma quella roba là tanto buona. E io non lo sapevo. Ma adesso lo so»; si complimenta soddisfatto tra sé e sé il giovane pastore.

Grazie al segreto del Selvatico, in tutta la valle si mangia il formaggio più buono del mondo e dopo qualche anno il pastore è diventato ricco e famoso.

«E l’Uomo Selvatico?», «Intrìppi llót cisèd trulìppa, gnapàl turìm gnòskj»; è ancora lì che cerca il suo caglio in mezzo ai boschi.

 

 

La fiaba è tratta da una leggenda popolare. Il presente testo costituisce lo studio per un progetto, inizialmente abbozzato da Giovanna Palmieri e Claudio Quinzani che ne ha curato la presente stesura. Nel 2007 – 2008 è stato parte dello spettacolo Terre in movimentoalias I Selvatici allestito da Alessio Kogoj e Giovanna Palmieri, I Teatri Soffiati, Teatro delle noci. Il testo presentato resta un sentito omaggio agli artisti citati ed è qui riportato senza alcuno scopo commerciale.

illustrazione di Dario Bonaffino

 


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